Onorevoli Colleghi! - Secondo stime del SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) del 2004, per la spesa militare l'Italia è settima al mondo (27,8 miliardi di dollari nel 2004; 27,6 nel 2003), mentre è nona al mondo per il volume di esportazioni di armi (261 milioni di dollari del 2004). Le autorizzazioni all'esportazione rilasciate dal Governo nel 2004 hanno superato i 1.500 milioni di euro, per esportazioni in Paesi sotto embargo quali la Cina o a rischio di conflitto quali l'India, il Pakistan e quelli del Medio Oriente, oltre che in Paesi altamente indebitati come Cile, Perù, Brasile o dove si verificano reiterate violazioni dei diritti civili come Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Siria e Arabia Saudita. Parallelamente è cresciuta nell'opinione pubblica italiana e internazionale la consapevolezza dell'urgenza di un'inversione di rotta, per creare le premesse di una politica attiva di costruzione della pace che passi anche attraverso un ripensamento delle politiche di difesa e delle politiche industriali del settore della produzione di armamenti. Lo dicono le milioni di voci che si sono levate contro la guerra in Iraq, per il rispetto dell'articolo 11 della Costituzione, e le decine di migliaia di persone che hanno firmato la proposta di legge regionale sulla riconversione dell'industria bellica in Lombardia.

 

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      Ciò accade in un momento nel quale l'industria europea della difesa è attraversata da un processo di riposizionamento organizzativo, con fusioni, acquisizioni e accordi di integrazione produttiva e societaria. È un processo, iniziato alla metà degli anni '90, non sempre lineare e coerente il cui esito finale, prevedibilmente, sarà il rafforzamento di un «settore difesa» continentale, che possa reggere il confronto sui mercati internazionali con i colossi statunitensi. La prima ondata di ristrutturazioni, acquisizioni e fusioni ha comportato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, soprattutto in Germania e nel Regno Unito, i Paesi in cui il processo di razionalizzazione è stato più forte, ma anche in Italia, dove si sono persi oltre 20 mila occupati dall'inizio degli anni '90 ad oggi.
      Nonostante la battuta d'arresto del processo costituzionale europeo, è il settore della difesa quello in cui si registrano le spinte più forti all'integrazione degli apparati produttivi e in parte decisionali nel continente. Convergono in questa direzione tanto le logiche di riorganizzazione dello strumento militare, quanto quelle strettamente aziendali e si registra, d'altro canto, una riduzione del potere «contrattuale» dei singoli governi nazionali, sia per le restrizioni dei budget, sia perché per competere su scala mondiale con i colossi statunitensi le aziende, anche quelle formalmente ancora pubbliche, tendono a svincolarsi dalla tutela politica e dalle direttive dei governi nazionali, i cui interessi possono (e accade spesso) essere divergenti rispetto ai desideri dei vertici aziendali.
      È in estrema sintesi ciò che è avvenuto con la pressione industriale e politica che in Italia ha portato allo smantellamento de facto dei controlli sull'export bellico previsti dalla legge n. 185 del 1990; è quanto sta avvenendo a livello continentale con le pressioni per togliere l'embargo sul trasferimento di tecnologia militare alla Cina; è quanto avviene in Italia con il moltiplicarsi, in seguito alla revisione della citata legge n. 185 del 1990, di accordi bilaterali di cooperazione nel settore della difesa con Paesi quali Indonesia, Algeria, Israele, al punto da prefigurare una trasformazione di questi accordi in strumenti di politica estera a tutti gli effetti. A tale riguardo giova sottolineare che la legge n. 185 del 1990 e il relativo regolamento di esecuzione contengono un esplicito riferimento alla diversificazione produttiva del settore degli armamenti e alla creazione di un coordinamento per lo studio dei programmi di riconversione.
      La prosecuzione del cammino di integrazione degli strumenti militari europei, annunciata con la creazione dell'European Defense Agency (EDA), avrà senz'altro ripercussioni sul settore industriale ad esso collegato, in particolare per alcuni rami produttivi, come la cantieristica navale (in Europa esistono 20 grandi cantieri, negli USA 5) o quello della produzione di sistemi d'arma terrestri (dai veicoli militari ai carri armati) ancora estremamente frammentato. Quale che sia l'esito di questo processo, l'Italia, che ha un posto di rilievo nel settore della difesa, continua a ragionare soprattutto in termini nazionali, quando anche le sue imprese di punta sono ormai lanciate verso l'espansione continentale e verso la partecipazione attiva nel processo di fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni.
      Una nuova frontiera, poi, si è aperta con l'ingresso nell'Unione europea dei Paesi dell'Europa orientale, nei quali esiste una forte tradizione di industria della difesa che alcuni gruppi europei pensano di aggiornare, tecnologicamente parlando, per poter poi delocalizzare almeno in parte la produzione. È un processo che riguarda in particolare i settori a maggiore intensità di lavoro.
      Da ciò consegue che il tema della riconversione dell'industria bellica non può non essere affrontato anche a livello europeo. Il programma europeo Konver per il finanziamento di progetti di riconversione su base regionale e nazionale è stato chiuso nel 2001 e andrebbe riproposto in chiave innovativa, insieme alla creazione di un'agenzia europea per la riconversione. Il programma europeo Konver aveva portato negli anni '90 a
 

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buoni risultati in termini occupazionali e di sostegno a investimenti verso piccole imprese civili in quelle regioni e aree territoriali che hanno dovuto soffrire l'impatto del ridimensionamento dell'industria bellica. Queste iniziative servirebbero ad aprire finalmente la discussione sul ruolo dell'Europa nel mondo e sulla congruenza dello strumento militare in costruzione con le finalità dichiarate delle Carte costituzionali dei singoli Paesi oltre che con i Trattati europei.
      Al quadro industriale qui brevemente e sommariamente tracciato occorre aggiungere quello politico-militare. La creazione di uno strumento militare europeo sta avvenendo con relativa rapidità: i governi e l'EDA puntano alla piena interoperabilità entro il 2010, data che sembra ottimistica, ma che indica senz'altro una strada dalla quale difficilmente si tornerà indietro. A fronte dell'integrazione dello strumento, manca una seria, pubblica e democratica riflessione su cosa fare con quello strumento. I due piani, quello politico e quello industriale, sono strettamente connessi, anche se nella percezione dominante sembrano lontani e in parte separati. In questi anni è stato sicuramente un successo delle grandi aziende produttrici di sistemi d'arma e operanti nel settore della difesa quello di riuscire a sganciare la politica industriale e quella commerciale dalle considerazioni politiche. Inoltre, le grandi aziende usano l'argomento dei posti di lavoro come leva politica per ottenere dai governi nazionali, che ancora hanno un potere di spesa e di orientamento della stessa, contratti che, secondo una logica strettamente economica o strategico-militare, potrebbero non essere convenienti, né alle finanze pubbliche né alle Forze armate, destinatarie dei prodotti finiti o dei servizi.
      In questo quadro, una legge sulla riconversione dell'industria bellica appare non solo urgente, ma necessaria, tanto sul piano politico nazionale, quanto su quello europeo, quanto sul piano della tutela - in prospettiva - dei posti di lavoro, in particolare nel Mezzogiorno.
      In tale contesto, gli strumenti previsti dalla legge serviranno a individuare percorsi di riorganizzazione aziendale e di rielaborazione delle politiche industriali che consentano una progressiva demilitarizzazione dell'apparato produttivo, orientandone la riorganizzazione verso quelle tecnologie che possono trovare impiego in campo civile, salvaguardando sia i posti di lavoro che il know-how accumulato. Obiettivo di fondo sarà quello di produrre le condizioni e offrire gli strumenti per replicare le esperienze positive già acquisite nel campo della riconversione e della diversificazione dell'industria bellica.
      Sul piano politico nazionale, la legge sulla riconversione servirà a rilanciare il dibattito pubblico sullo strumento militare italiano e sulla sua funzione, in chiave soprattutto europea e internazionale, viste le mutate condizioni storiche, geopolitiche e geoeconomiche in cui uno strumento militare pensato essenzialmente per difendere il territorio nazionale si trova a essere sempre più usato come «proiezione» di forza verso l'esterno o come parte di missioni internazionali, quando non di guerre non dichiarate come quella in Iraq. La legge sulla riconversione dovrebbe pertanto rappresentare l'inizio di un ripensamento dell'organizzazione militare italiana, che consenta di enfatizzare le idee e i metodi della difesa popolare nonviolenta, dell'obiezione fiscale alle spese militari, dell'organizzazione di corpi di pace al posto dei reparti armati che puntualmente rappresentano l'Italia negli scenari di crisi internazionale.
      L'articolo 1 della presente proposta di legge prevede l'istituzione dell'Agenzia nazionale per la riconversione dell'industria bellica, incaricata di fornire i servizi di assistenza e di consulenza per una riformulazione delle politiche industriali al fine di condurre le riconversioni produttive e di mercato, nonché di coordinarle in modo da offrire, nella migliore delle ipotesi, la creazione di un intero settore ad alta specializzazione, possibilmente nel campo delle tecnologie ecocompatibili (uso razionale dell'energia e fonti rinnovabili,
 

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mobilità sostenibile, sicurezza ambientale e valorizzazione del territorio, eccetera). Si impegna altresì il Governo a sostenere iniziative per la riconversione dell'industria bellica a livello di Unione europea, attraverso l'istituzione di un'Agenzia europea per la riconversione dell'industria bellica, e a livello di ONU, nell'ambito della Conferenza per il disarmo.
      L'articolo 2 indica in dettaglio i compiti dell'Agenzia nazionale per la riconversione dell'industria bellica.
      All'articolo 3 sono stabiliti tutti gli elementi determinanti l'atto programmatorio nonché i vincoli a cui deve rapportarsi, primo fra tutti la sua immediata incidenza sul bilancio di previsione del Ministero della difesa, nonché il suo progressivo aggiornamento a seconda delle modificazioni del mercato produttivo delle aree interessate.
      All'articolo 4 sono previsti gli strumenti di traduzione del programma generale nei vari piani di attuazione affidati, quindi, ad agenzie regionali per lo studio e l'attuazione dei progetti di riconversione dell'industria bellica e per la promozione dei progetti e dei processi di disarmo, realizzando in questo modo una maggiore democraticità nella proposta di riconversione, una maggiore partecipazione degli interessati e, pertanto, anche una più dettagliata conoscenza dei vari aspetti del problema.
      L'articolo 5 specifica il contenuto dei progetti di riconversione dell'industria bellica e le procedure per il loro finanziamento.
      Con l'articolo 6 si prevede, inoltre, che alle agevolazioni previste dalla proposta di legge si possa accedere anche per la realizzazione di un apposito centro di ricerca del settore che abbia il compito di approfondire le conoscenze su buone pratiche, innovazione tecnologica e opportunità di uso di tecnologie ad uso civile, nel campo, ad esempio, della protezione e del recupero dell'ambiente.
      L'articolo 7 prevede misure che possano rendere compatibili le esigenze occupazionali delle zone interessate con l'esigenza della riconversione del settore bellico, proprio per non sottoporre, fermo restando il vincolo della piena occupazione nelle previsioni dei piani di riconversione, i diritti e le legittime aspettative dei lavoratori ai bisogni dei cicli produttivi.
      Per quanto attiene alla copertura finanziaria, si è preferito, in questa fase, non proporre una soluzione definitiva, riservandosi di avanzare, nel seguito dell'esame parlamentare, opportune proposte al riguardo. In linea generale, peraltro, si ritiene che si debba far valere il principio che tale riconversione debba essere pagata in parte dagli stessi industriali del settore, attraverso il versamento dell'1 per cento del fatturato (non fosse altro perché la riconversione di un'unità produttiva oggettivamente avvantaggia le altre). La parte a carico della collettività potrebbe essere finanziata in parte dal versamento volontario dei cittadini (attraverso la previsione della possibilità di destinare agli interventi di riconversione dell'industria bellica l'8 per mille delle imposte dovute in sede di dichiarazione dei redditi), in parte dal bilancio dello Stato, con la riduzione delle spese militari. Alternativamente, i fondi potrebbero essere reperiti nel bilancio del Ministero delle attività produttive, sganciando anche simbolicamente la competenza dal Ministero della difesa, ovvero con una tassazione mirata, per esempio, alle transazioni finanziarie che coprono le operazioni di esportazione di tecnologia militare o di armamenti.
 

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